HomeParto e Nascita › Placenta previa: come si diagnostica e quali sono i rischi concreti per il parto
Parto e Nascita

Placenta previa: come si diagnostica e quali sono i rischi concreti per il parto

📅 26 Agosto 2026✍️ di Elisabetta Gaudenzi⏱️ 5 min di lettura

Scrivo di placenta previa con il passo di chi ci è passata accanto molte volte. Durante la mia gravidanza ho conosciuto il riposo forzato e la paura di un parto anticipato: da allora accompagno donne che vivono le stesse ore lente, tra cuscini e monitoraggi. Qui troverai ciò che serve per orientarti subito: come si scopre, quali rischi conta davvero per il parto e cosa puoi fare oggi per stare più al sicuro.

Che cos’è e come può evolvere

La placenta previa è quando la placenta copre in parte o del tutto l’orifizio interno del collo dell’utero. Può essere completa, parziale o marginale. A volte viene definita “bassa” (low-lying) se è a meno di 20 mm dall’orifizio senza coprirlo.

Una buona notizia: nelle settimane tra il secondo e il terzo trimestre la placenta sembra “spostarsi” verso l’alto, perché l’utero cresce. Molte placente basse diagnosticate alla morfologica si “risolvono” entro 32–34 settimane. Se però copre ancora l’orifizio interno, si parla di previa persistente e serve pianificare il parto con attenzione.

Come si diagnostica davvero

La diagnosi nasce quasi sempre durante l’ecografia morfologica del secondo trimestre. Se la placenta risulta bassa o previa, il riferimento è un controllo dedicato tra 28–32 settimane e, se necessario, un’ulteriore rivalutazione a 32–34 settimane.

L’esame più accurato è l’Ecografia transvaginale: è sicura, non aumenta il rischio di sanguinamento e permette di misurare con precisione la distanza tra il margine placentare e l’orifizio interno. Spesso si integra con Doppler per valutare i vasi e, in presenza di precedenti cesarei o interventi uterini, per escludere il sospetto di placenta accreta.

Un punto operativo importante: se c’è sospetto di placenta previa, si evitano esplorazioni vaginali digitali fino a conferma ecografica, perché possono far sanguinare. In caso di perdite, in ospedale faranno esami del sangue (gruppo, emocromo, coagulazione) e predisporranno la compatibilità per eventuali trasfusioni.

Segnali da non ignorare e quando andare in ospedale

Il sintomo più tipico è sanguinamento vaginale rosso vivo, spesso indolore, nel terzo trimestre. A volte compare dopo sforzo o rapporto. Può fermarsi da solo e poi ripresentarsi.

Chiama subito il 118 se la perdita è abbondante, se hai capogiri o debolezza, se vedi coaguli o se il bambino si muove meno. Nel dubbio, vai in pronto soccorso ostetrico. Se sei Rh negativa, segnala ogni volta il sanguinamento: può servire l’immunoprofilassi anti-D.

I rischi concreti per il parto

La placenta previa aumenta il rischio di sanguinamento prima e durante il parto e rende più probabile il parto pretermine. Se persiste la copertura dell’orifizio interno, il parto vaginale non è sicuro e si programma un cesareo. Inoltre, se la placenta è bassa su una cicatrice uterina, cresce la probabilità di placenta accreta (quando aderisce troppo alla parete): in questi casi serve un centro con equipe dedicata e disponibilità di sangue.

Il neonato di solito sta bene, ma la prematurità e l’eventuale necessità di nascere prima del termine richiedono una valutazione neonatologica. Il rischio più discusso è l’emorragia materna: con un piano chiaro e una squadra preparata, oggi si gestisce in sicurezza.

Mi è capitato di recente il caso di Chiara (nome di fantasia): a 31 settimane le rilevano una placenta marginale. L’ho aiutata a organizzare il riposo e un piano “pronto soccorso” domestico. A 34 settimane, nuova valutazione: distanza 24 mm dall’orifizio. Ha potuto tentare il travaglio in ospedale attrezzato, con induzione dolce e sala operatoria pronta. È andata bene. Se la misura fosse rimasta inferiore a 20 mm, avremmo pianificato il cesareo.

Cosa puoi fare subito

  • Rispetta il riposo pelvico se indicato: niente rapporti vaginali, niente tamponi o coppetta, niente esplorazioni non mediche.
  • Prepara la borsa con documenti (ecografie, esami, gruppo sanguigno) e una lista di contatti rapidi: partner, vicina, taxi, ospedale.
  • Monitora le perdite con assorbenti numerati: scattare una foto (solo per uso clinico) aiuta a stimare la quantità quando arrivi in pronto soccorso.
  • Idratati e cura il ferro se prescritto: arrivare al parto con buoni valori ematici riduce i rischi in caso di sanguinamento.
  • Evita viaggi lunghi e luoghi senza ospedale vicino; organizza le commissioni in fasce orarie tranquille e mai da sola se hai avuto sanguinamenti.
  • Gestisci l’ansia con micro-rituali: respirazione 4-6 per 3 minuti, una playlist “di emergenza”, messaggi precompilati da inviare ai familiari senza dover spiegare tutto ogni volta.

Errori comuni da evitare

  • Minimizzare il primo sanguinamento: anche se si arresta, va valutato.
  • Cercare manovre “fai da te” su internet: niente tamponi interni, irrigazioni o dispositivi vaginali.
  • Rifiutare l’ecografia transvaginale per paura: è lo strumento più preciso e sicuro per decidere bene.
  • Guidare da sole verso l’ospedale durante una perdita abbondante: chiama il 118.
  • Riprendere i rapporti appena le perdite si fermano se è stato prescritto riposo pelvico: attendi il via libera del medico.

Come si decide il parto e dove

Se la placenta copre ancora l’orifizio interno nel terzo trimestre, la via di parto indicata è il Taglio cesareo. Di solito si programma tra 36+0 e 37+0 settimane, valutando la storia di sanguinamenti e la maturità fetale. In alcune situazioni si somministrano corticosteroidi prima del parto per proteggere i polmoni del bambino.

Se la placenta è “low-lying” ma a oltre 20 mm dall’orifizio, in centri esperti si può discutere un parto vaginale con monitoraggio stretto e sala operatoria pronta. La scelta finale si prende insieme all’equipe, incrociando misurazioni ecografiche, storia clinica e distanza effettiva del margine placentare.

Quando c’è il sospetto di accreta o sanguinamenti ripetuti, è prudente partorire in un ospedale con banco del sangue facilmente accessibile e un team multidisciplinare (ostetricia, anestesia, neonatologia, radiologia interventistica). Meglio un piano definito e noioso che una corsa imprevista.

In tutto questo il riposo non è solo fisico. Nelle mie giornate a letto scrivevo tre righe la sera: cosa ho fatto bene, cosa posso delegare, a chi chiedo aiuto domani. È un modo semplice per sentirsi di nuovo al volante. Con la placenta previa funziona lo stesso: fare la propria parte, prepararsi, e lasciare che la squadra faccia il resto.

Elisabetta Gaudenzi

Elisabetta ha vissuto una gravidanza a letto per minaccia di parto pretermine. Da allora accompagna donne che vivono difficoltà simili e si dedica a informare su riposo e salute mentale, narrando piccole strategie che aiutano ogni giorno a non sentirsi sole.